Don Fabio Laurenti - San Paolo della Croce, Corviale

Don Fabio Laurenti, dai primi giorni di settembre, è il nuovo parroco di Corviale; scopriamolo insieme in questa intervista nella quale si racconta alla sua nuova comunità di San Paolo della Croce e al quartiere. (Intervista pubblicata sul giornale di quartiere Parliamone)

Don Fabio, cominciamo a conoscerti in maniera un po’ più approfondita, quanti anni hai, da dove vieni, com’è nata la tua vocazione?

Sono del 1964 e quindi ho 61 anni, sono nato a Perugia e lì ho trascorso la mia infanzia; con la mia famiglia abbiamo girato un po’ per l’Italia, siamo stati nelle Marche, in Calabria, in Abruzzo. Ho compiuto i miei studi all’Università di Psicologia di Urbino, ho insegnato religione nelle scuole; la mia vocazione nasce attraverso alcune esperienze nel Rinnovamento nello Spirito, ma soprattutto con la direzione spirituale di un sacerdote carmelitano, con lui è nato il mio desiderio di consacrazione in seguito a una lettura di San Giovanni della Croce che ritengo uno dei santi più profondi della spiritualità cristiana; non sono però entrato nei carmelitani, ma al Seminario Romano maggiore, lì ho fatto il mio percorso di formazione, ho fatto servizio nel carcere minorile e in alcune parrocchie romane; sono stato vice parroco in due parrocchie di Roma, sono stato in seguito cappellano all’Umberto I e all’ospedale Vannini, poi sono diventato parroco a Sant’Andrea Avellino e ora sono qui, a San Paolo della Croce.

A che età è nata la tua vocazione?

Ho cominciato a sentire la chiamata intorno ai 25 anni, anche se la prima vocazione l’ho sentita a 11 anni ma non avevo gli strumenti per comprendere. La seconda volta si è presentata a 18 anni, mi ero anche rivolto a dei sacerdoti ma non ho avuto una risposta e quindi poi alla fine, come ti dicevo, con questo padre carmelitano ho sentito fortemente questa chiamata, una attrazione nei confronti della vita consacrata, di voler donare tutta la mia vita, di vivere in Dio, nella relazione con Lui e vivere dei Suoi progetti per me, cercando di conformarmi alla Sua volontà.

Quand’è l’anniversario della tua consacrazione?

L’anniversario è il 7 maggio, ricordatevelo perché occorrerà festeggiare con festa grande. (sorride)

Qual è stata la prima cosa di Corviale che ti ha colpito? Avevi sentito parlare del palazzo lungo un chilometro?

Sì, ne avevo sentito parlare; appena si è sparsa la voce della mia destinazione, tutte le persone che incontravo mi auguravano ‘in bocca al lupo’ e ‘buona fortuna’ (che non sono espressioni cristiane tra l’altro); però devo dire la verità: sono nuovo, non conosco le persone, non conosco le dinamiche, ho solo dei racconti più che esperienze personali, però finora quello che ho visto sinceramente non è molto dissimile da quello che ho vissuto in altri quartieri e poi tutto il quartiere non può essere rappresentato soltanto dal ‘serpentone’, ma possiede diversità e altre qualità. Ho trovato una comunità parrocchiale accogliente e persone dedite al servizio, quindi sono favorevolmente colpito. Ho anche fatto conoscenza di persone delle Istituzioni, molto ben disposte al dialogo e alla collaborazione per il bene comune, e anche questo ho potuto apprezzare molto.

Per quanto riguarda le storie di disagio all’interno del quartiere, beh, quelle sono note, ma ho anche il racconto di Don Roberto, sacerdote che stimo, il quale non mi ha dato questa immagine così cupa e nera dell’ambiente; sempre obiettivo circa i problemi sociali evidenti e innegabili, tuttavia mai negativo nel parlarmi di Corviale.

Sei già stato dentro a dare un’occhiata?

Sì e l’effetto che hai quando entri è un po’ particolare perché sembra uno di quei carceri che si vedono nei film americani, tutto di cemento con due corridoi contrapposti e in mezzo il vuoto; tutte le porte con le sbarre di ferro, anche gli ascensori rotti, non molto puliti… è chiaro che il problema lì è stato non tanto il palazzo ma l’ideologia che c’era dietro nel momento in cui è stato concepito. Non voglio fare polemica politica e neanche sull’amministrazione però io credo che nessuna delle persone che hanno progettato questo palazzo, costruito o finanziato, abitassero in luoghi del genere; probabilmente dimoravano in quartieri ben diversi e trovo che questa sia stata una ghettizzazione e un’involontaria ingiustizia sociale.

Quali pensi che saranno le sfide pastorali che ti aspettano in questo territorio?

Mentre mi preparavo per venire qui, mi si facevano delle domande proprio sulle sfide e i programmi pastorali e a tal proposito mi veniva spesso in mente un’espressione di San Giovanni Paolo II presente nella “Novo Millennio Ineunte”; alla chiusura del Giubileo del 2000, a chi parlava del programma pastorale lui rispondeva che il programma è Cristo, da conoscere, amare, imitare e allora io mi sono detto: ‘Signore, non ti faccio nessuna preghiera, nessun proponimento, non penso a nessun programma pastorale, permettimi solo di amare queste persone, fa’ che io le ami e basta, il resto verrà.

La parrocchia può contribuire al miglioramento di Corviale?

Sicuramente sì, se la parrocchia fa la parrocchia, cioè se è una comunità cristiana dove lo spirito di Cristo vive nelle anime e nei cuori; la storia del Vangelo ci testimonia che dove ci sono i cristiani c’è anche un’evoluzione economica, un progresso sociale e di convivenza umana; questa è la storia della Chiesa e quindi, nel piccolo microcosmo di Corviale vige la stessa legge spirituale: se la parrocchia è costituita da persone che si amano in Cristo e che seguono Gesù non in senso moralistico ma esistenziale e di condivisione della gioia che Lui dà a tutti i cuori, sicuramente ci sarà un riverbero sul quartiere anche dentro i palazzi.

Ce l’hai un progetto in particolare che ti piacerebbe mettere in pratica? Qualcosa che hai nel cuore e in testa anche a livello embrionale?

Sì, qualcosa ce l’ho ma non voglio dirlo perché prima devo capire tante cose, devo comprendere per esempio qual è il ruolo delle realtà sociali in questo quartiere, quello delle istituzioni, qual è la mentalità dei parrocchiani sugli interventi sociali e pastorali; adesso sono ancora in una fase di osservazione, le cose che mi nascono nel cuore le tengo lì e aspetto che l’osservazione mi faccia capire che direzione prendere, quali cose siano ovviamente fattibili o, come si dice oggi, sostenibili.

Ma com’è la parrocchia che vorresti?

Il modello di ogni comunità, ce lo ricordava anche Papa Francesco, è quello degli Atti degli Apostoli dove si descrive la Chiesa primitiva che nasce prima di Pentecoste ma si manifesta sotto l’effusione dello Spirito Santo; in quelle comunità i cristiani vivevano in concordia ed erano assidui nella preghiera; concorde significa avere lo stesso cuore e nel cuore ci sono gli obiettivi, i desideri, i sogni; loro avevano gli stessi sogni, gli stessi obiettivi. Una comunità di questo tipo, ovunque si presentava, creava un virgulto di novità, produceva conversioni e portava tanta luce e di conseguenza anche uno sviluppo sociale, quindi il modello di comunità cristiana è ancora quello. I santi hanno cercato di riprodurlo a seconda del loro taglio spirituale e del loro carisma ma avevano tutti questo modello di Chiesa davanti agli occhi; anch’io ho questo modello e dunque, come ti dicevo prima, chiedo al Signore di concedermi di amare le persone, di pregare per loro e di essere al loro servizio, il resto è Opera di Dio. Poi se vogliamo pensare alla ‘parrocchia dei tuoi sogni’, io ti dico rimettiti a letto che forse la sogni di nuovo. Il senso di parrocchia che ho nel cuore è quello dell’edificazione della comunità, quello ce l’ho sempre avuto, ovunque sono stato. La parrocchia non è un dato di fatto ma un divenire, una cosa da costruire, una comunità da formare. Ciò che ho notato in questi anni, in tutte le comunità dove sono stato è la mancanza di un cammino di formazione condiviso, mentre la parrocchia dovrebbe essere un luogo di formazione alla vita spirituale e anche alla vita dottrinale, per quel tanto di dottrina necessaria da conoscere per poter amare il Signore. Questo non c’è a mio avviso, anche se moltissimi sacerdoti sono geniali, competenti, generosi, fanno dei corsi, delle attività specifiche, ma questo non basta, perché, come sai, la formazione è possibile solo se c’è un percorso che non sia accidentale, fatto di eventi, incontri limitati oppure anche più strutturati ma vissuti al di fuori della vita comunitaria; la formazione cristiana è permanente e legata alla vita della comunità. Ecco, questo è davvero un sogno. Tuttavia anche laddove non sia possibile una formazione in questo senso, è sempre possibile fare esperienza di Cristo nel cuore, perché è lo Spirito Santo che fa questo, che agisce nei cuori delle persone. E quando noi preghiamo, lo invochiamo e lo testimoniamo, il Signore non è mai inoperoso, ma sempre compie l’opera di Dio, in noi e intorno a noi. Quindi io spero tanto di partire dal punto di vista della preghiera, della comunione, dello stare insieme, volersi bene e amarsi in Cristo e camminare insieme. Il resto lo compirà lo Spirito Santo.

In conclusione, vorresti fare un saluto ai tuoi nuovi parrocchiani? Li saluto tutti, li benedico tutti dal profondo del cuore. Il mio impegno è quello di ascoltare  e servire tutti, di cercare di essere un segno e una testimonianza per loro e chiedo al Signore le grazie perché io possa essere così e agire in questo modo. Vi saluto tutti, vi benedico e vi prometto da parte mia ogni benevolenza.